1750

I’ll tell you my story with…

About the 1750
and Alfa Romeo Heritage

Non avevo coraggio di chiedere.
Troppo peones io
al cospetto di chi vestiva Caraceni
e guidava la HPE.
Ma che ne sapete.
A Raf piaceva da morire la HPE.
Vera snob, come lui.
Uccio (Catalanotto) sapeva ma taceva.
Uccio era colui che gestiva i “prestiti” speciali
delle vetture del parco rotabile di Arese su Roma.
E non chiedeva il rientro della rossa.
Troppo importante Raf.
Amici da tempo.
Mai gli avrebbe fatto lo sgarbo di chiedere un rientro.
Al massimo con le doppie chiavi…
Ferma.
Sempre ferma.

Giorni,
e settimane…



About Alfa Romeo Stelvio story

Ho visto Alfa Stelvio con 2 idee in mente,
entrambe collegate alla consapevolezza
delle necessità di presentazione
del prodotto Automobile
e del valore dello stemma Alfa Romeo.
Un marchio con la tradizione
nota a chi ha potuto conoscere,
e guidare,
anche le Alfa Romeo del passato.




IL LIBRO,
EPISODIO L’ASSISTENTE.
DOMENICA 19 MAG 2019, 6:06 AM • LARGO VIRGILIO TESTA, 19, ROMA • 13°C LIGHT RAIN • IL LIBRO


😇 L’Altissimo perdoni i miei peccati
di irriverenza e superbia.
Gli altri, no grazie.
Pronto ad espiare.
Non avrei peccato, altrimenti.
È disciplina.
Non dogmatica osservanza.
Perché se ne dovessi scrivere…
Delle Mura Leonine e dei dogmi…

Dalla 1750 Coupé.
Grigio Indaco Metallizzato.
Dalla GT 1300 Junior.
Color melanzana per me:
Prugna“, secondo Alfa.

Alla GTV.

Rosso Alfa.
Alla GTV6.
Beige Marrone chiaro, tonalità Champagne.
Alla 33 Sport Wagon Q4.
Rosso Alfa.
Alla 75 Quadrifoglio Verde V6.

Nero. Nero Pastello.
Alla 164 24V Q4. 

Argento Silver Metallic.
Alla Tonale.
Rosso Brera.
Poi, Bianco Alfa?

Alla Stelvio.
Montreal Green.
E poi alla Giulia.
Rosso Monza? Rosso Competizione?

| “Il Libro – Episodio L’Assistente” |
– Il Lungotevere Mellini in quegli anni non era come due e quattro ruote lo patiscono oggi. 

I sottopassi c’erano già, o meglio c’era quello che “baipassava” il Gran Caffè Esperia. 

Quello vero, non la succursale degli studi di mezzi muratori cresciuti col mattone seRvaggio, mediconzoli, pseudo-architettucoli, avvocatucoli, commerciantucoli,
influencer&associati mangia-pane-a-tradimento, parassiti della politica che oggi s’affollano sfavillanti nella loro superba arroganza tanto più brillante quanto più inconsistente la personalità. 

Os.Or. IN Milano disse disegnando Roma:

”al tavolino del bar tutti hanno le idee, i quattrini nessuno“.

Infatti, il Gran Caffè Esperia ha chiuso.

Troppi buffi gli han lasciato.

Fece bene, il Signor Ruschena, ad alienarlo prima del naufragio.
C’era quel sottopasso, mal disegnato nella sagoma stradale, con quella curva a destra,
in discesa poi, pure, in contropendenza all’uscita, prima del semaforo (oggi) del Palazzaccio.

C’era quel volante Nardi che solo a toccarlo sembrava di sfiorare le gambe di una superbruna,
di quelle mozzafiato.

Come scrivono i privi di fantasia, tant’è.
C’erano quei cristalli verde-azzurrino, un accessorio extra che dava quel tocco di esclusiva,
e ricchezza,
a chi poteva permetterseli, sia per il costoso acquisto sia per l’idea di averli sul proprio modello.
C’era quel cambio, quello con un passaggio di marcia da gestire con delicatezza
curando bene la traiettoria della leva.

Non ricordo diavolerie particolari, note tecniche.

Non mi interessavano allora e non mi interessano oggi.

Continuano a non interessarmi.
E siamo a Giugno 2026.



…continuano a non interessarmi…»


Le lascio, queste e quelle quisquilie, ai tanti che dimenticano se han caricato l’orologio della collezione. 

Immagine transitiva trasferibile ad ogni dovere disatteso.

In tutti i campi, dentro e fuori le cattoliche fortezze.

Mi ricordo che quel cambio, quel motore, quel volante mi davano l’idea di qualcosa di vivo sotto il sedere, tra le mani. 

Esagero?
Qualcosa di umano, di coinvolgente.

Emozionante.
E ricordo anche quella parola che ancora oggi mi sembra una sciogli lingua impronunciabile:


transAxle.


C’erano quei due grandi occhi che spuntavano dietro la corona del tre razze.

Tachimetro, contagiri annegati in quegli oblò neri, tutta un’altra cosa rispetto alla 125 di torinese fattura.
Cardinalizia la FIAT 125, blu, con interni rossi, poi… 

Lo Scultore, mio padre, pure sulle scelte automotive ne faceva una questione clericale, 

non bastavano le sue opere monumentali:
“…se devo portare Sua Eminenza…
si giustificava con la moglie.
E ricordo chi fosse Sua Eminenza.

Moooooolto bene.

OMISSIS, che è meglio, va’.

Luca, lei si faccia un paio di giri mentre io sbrigo alcune faccende
La sua figura importante esce dalla vettura, un’acrobazia vista la possanza del fisico ed il tipo di vettura che mi veniva affidata in quell’istante.

Grande dimostrazione di fiducia di un Prof, uno all’antica in una facoltà già allora orientata da anni
verso l’innovazione culturale, molto molto orientata anche politicamente.
Sui giornali quasi tutti i giorni, nella cronaca e nella politica.
Il Prof era uno contro corrente, nei metodi di studio e – penso – anche per il pensiero politico.
Ma le sue lezioni erano sempre affollatissime. 

Sapeva catturare l’attenzione, la curiosità degli studenti.

Di ogni tipo ed orientamento sessuale e politico. 

Noi, ad Architettura, sempre stati avanti a tutti.

I blocchi Fabriano, carta ruvida, non si contavano quando decideva di far lezione, molto spesso,
in giro per la città invece di teorizzare al chiuso di un’aula con affaccio (ovvio)
sulla Galleria d’Arte Moderna
o sulla piazza della Fontanella con gli austeri palazzi
dalle facciate illuminate dagli oscuri poteri
di Roma Caput Mundi.
Quelle lezioni erano anche “ben frequentate” e “Lui”, giovanissimo, si compiaceva dell’investitura
allora ufficiosa di assistente del Prof.
Forse perché sapeva far scorrere la giallo senape Koh-I-Noor con le anime “B”, “HB”, “F” come pochi,
forse perché il Prof abitava in via Cadlolo, due passi da via Govoni,
forse perché alcune radici “familiar-tradizional-cultural” erano simili,
il Prof gli aveva – di fatto – attribuito il doppio ruolo
di assistente e portaborse.
In realtà il Prof lo aveva disegnare in Santa Maria del Popolo.
Questo bastò.
Del resto al liceo artistico la sua pagella già diceva tanto.
Non per caso usciva in barca a vela, un Jeanneau di 12 metri dell’arch. G. suo prof anche a Febbraio.
Facendo sega a scuola, con tanto di benedizione dell’arch. che sapeva.
Dal “15” al “77“ era questione di dieci minuti, a piedi,
volando tre-a-tre sulle scalette.
“Lui” era puntuale, con il Prof non si scherzava, per l’ora di convocazione “Lui” era di fianco alla coupé parcheggiata, qualche volta, dentro l’Hilton, quando su via Cadlolo non c’era il posto davanti casa.
“Lui” ci teneva alla puntualità, capiva che dal Prof avrebbe potuto imparare tanto,
del resto la sua materia gli piaceva molto, sia nella teoria che nella pratica.
Il Prof aveva carisma.
Lo sapeva, sapeva riconoscere il carisma delle persone, non lo pativa, semmai apprendeva.
La scuola di Z.Lgi era stata formativa per “Lui”, a differenza di tanto biologico parentame affiliato,
ad ogni incontro con Z.Lgi, “Lui” non era mai a disagio come gli altri mortali.
ZiaLi lo aveva saputo educare,
non soltanto raccontandogli di Mirò&Co.
Il Prof, poi, era stato benevolo con “Lui”, non solo gli aveva aperto le porte della sua lezione in facoltà,
lo aveva accolto in famiglia, frequentava il suo studio IN Via Margutta, disegnava per lui alla luce, meravigliosa e diffusa di quelle immense, altissime ed antiche vetrate che davano su un cortiletto
dove UN orafo, L’Orafo, creava gioielli NON per tutte.
La pratica, appunto. 

Quelle lezioni fuori aula erano divertenti
e “Lui” aveva messo gli occhi su di Lei. 

Lei a “Lui” piaceva molto, ogni scusa era buona per avvicinarsi
al Fabriano di Lei per vedere come scorreva la matita di Lei,
trattenuta con eleganza da quelle dita, mani sottili, delicate.

Il Montgomery grigio di Lei contrastava con quella mano. 

Un goffo tessuto, un taglio buono per l’abbigliamento di un marinaio e poi quella mano,
quasi una scultura michelangiolesca.
Forse era colpa della luce soffusa e diffusa delle tre navate,
il calcolato rimbalzo dei raggi dalle forme rinascimentali a quelle barocche, quello scrigno di meraviglie d’arte ed architettura romanica dell’impianto originale che accentuavano con il rigore di certe forme lombarde le luci calde ed opulente riflesse da marmi e stucchi.

Forse era colpa della potenza della “Conversione di San Paolo” con quelle lame di luce netta,
quei dettagli delle figure, quell’inquietudine manifestata in forme e colori,
quell’inquietudine che brucia le anime dei grandi.

Quella inquietudine che ha il sapore della rabbia, della forza, della passione, del non mai arrendersi.
Seduti sui marmi degli scalini, infreddoliti dai rigori delle mattine di gennaio, loro erano vicini spesso,
“Lui” cercava ogni motivo (sì, non era molto politically-correct ma gli ormoni…) per essere da Lei, pronto nel suggerire qualche punto di vista diverso, per mettere in risalto sul foglio ruvido, un tratto della “B”
che potesse valorizzare lo studio, che potesse sottolineare la differente personalità della studentessa.
“Lui” cercava di trasferire a Lei quelle sue capacità che il Prof tanto aveva apprezzato sin dal primo incontro.
Del resto era quello il motivo per cui “Lui” era stato investito di quel ruolo.
“Lui” non aveva mai ARATO un foglio, ne’ con la china nemmeno con una matita seppur di gradazione dura. 
“Lui” aveva occhi solo per Lei, «L’Allieva», mentre Lei era intenta a cogliere le forme volute
da Monsignor Cerasi, quelle forme dentro le quali si fronteggiavano due grandi. 

Michelangelo e Annibale.
Occhio, perché qui non ci sono imprecisioni,
non mi sputtano IO per così poco. (N.d.r.)
Quelle commissioni durarono diversi giri del Lungotevere Mellini, mezzo pomeriggio d’una giornata d’Aprile,
quelle giornate con il cielo azzurro che fa splendere la città,
allora bella davvero.
Quei giri di Lungotevere fecero innamorare “Lui” di quella creatura.
Aveva in mente «L’Allieva.» ma quella creatura era un’altra cosa. 

Del resto se al ricordo di «L’Allieva.» ancora oggi si associano altri metallici ricordi,
il trasferimento emotivo di cui fu capace quella Alfa Romeo 1750 è stato davvero efficace.
Nel tempo.
Ne dovrebbero prendere spunto certi geni d’oltralpe del prodotto di oggi,
quelli dei land che quando lo pronunci pare di mangiar würstel, crauti e birra.
Molto poco automotive ma tanto basta che riempiono il web della loro inconsistenza pari-pari
al social cinese o di aMMericana fattura.
E’ con la testa piena di ricordi che distrattamente ascolta chi con tanta efficienza e cura del cliente
gli sta consegnando le chiavi di quella che è la punta di diamante del Biscione oggi.
Il nome depone bene:
Giulia.
Suona quasi come «L’Allieva.».
“Lui”, poi, non più assistente, ebbe altri volanti. 

Mai più un Nardi. 

E mai più altri numeri gli procurarono quell’emozione del Lungotevere Mellini.
Forse un nero V6 ma in quell’Alfa 75 ci pioveva dentro dal parabrezza.
Era il post-Massaccesi, i tempi di Vittorio Meloni,
erede di Camillo Marchetti alla conduzione delle pi-erre dell’Alfa Romeo.
E Vittorio, in quei tempi speciali,
gli fece guidare Alfa tanto.
Ma tanto davvero 

(oggi non sapete neanche cosa possa voler dire “tanto”) 

altre Alfa Romeo.

33 

75 

164


Tutte “Quadrifoglio”.

Ma nessuna di queste potè eguagliare il fascino della argentea Coupé 1750 del Prof.
«L’Allieva.» non fu all’altare con “Lui”, per “Lui”.
“Lui” la perse.

Mai più la rivide, mai più la ritrovò.
“Lui” perse il Prof.
“Lui” non frequentò più quelle aule.
Ebbe qualche tecnigrafo tra le mani
ma arrivò Z.Au che sentenziò 

…tanto ne hai due…

e poi Raffaello, quello della 240 Turbo nera e le sue Serraglio.
Già, Raf. 

Appellato ancor più spesso con un titolo nobiliare.

IL Barone.
Usurpato secondo i detrattori, quelli lacerati dalla invidia. 

Gli amici ed i devoti gli passavano il vezzo, gli si addiceva.

Forse persino Il Biondino lo appellava in quel modo nelle riunioni del Pentagono di Piazza Colonna
o negli incroci di quelle politiche chiassose stanze, parcheggio delle Lettera 32.

Ancora “peones” per quel tipo di incroci, così non posso sapere.

Poi: “Romano, che fa declina?
Aveva il fisico del ruolo, poteva, Raf, permettersi certe cose
che avrebbero dipinto il ritratto del cafone fatte da altri.
Quando le faceva Raf no, e lo scrisse pure Il Vecchio in un suo rarissimo libro,
con i profili, si direbbe oggi, di certi addetti ai lavori.
Pagine ambite dai collezionisti fanatici del rosso corsa italiano.

L’altro rosso corsa, quello che oggi si può chiamare rosso vergogna.
GP Austria 2026 docet.
Ecco, una parentesi.

Rosso Emozione.
La GTV.
Raf ne aveva una rossa, una due litri,
ferma da tempo immemore nella piazzetta.

Leggi Journey Rosso Italia su journeywithlu.18×24.it.

“Lui” si fece carico di rimetterla in marcia.
A quella – poi – seguì, grazie a Raf che l’ottenne apposta per “Lui” da uno tosto come Uccio, una 2.5, quella con il bozzo sul cofano. 

E, sotto, il V6.
Ecco, quella forse, aveva un Nardi.
Con quella “Lui” imparò quanto sia divertente un
TRECENTOSESSANTA
sui Sanpietrini bagnati davanti a Ponte Matteotti.

E quanto, con una posteriore, sia importante dosare il gas,
saper GUIDARE,
 mica c’erano i controlli di trazione, allora.
Purtroppo, in quella per pochi cappella della Chiesa di Santa Maria del Rosario 

con quella luce che dipingeva Roma ai loro piedi come IL Carracci avrebbe fatto,

c’erano due persone sbagliate.
Fu colpa, pure, della 1300 Junior color melanzana che con troppa facilità
gli permetteva di coprire il percorso cittadino quadrante Roma bene fino a Casalpalocco,
quel quartiere residenzial-giardino, costruito dalla Immobiliare (Vaticano&Co.)
per «quelli» dell’Alitalia e dell’aeroporto di Fiumicino.
Il Leonardo da Vinci.
Tanto verde, modello States ma dove non c’era allora, oggi forse un paio – neanche una libreria.
Se ne accorse troppo tardi.
“Lui” ne pagò le conseguenze per tutta la vita.
Lei, la Bionda, E., all’altare, non so.
Non mi riguarda più.
Forse per questo divenne “Lui”.
Ora stringeva, quasi con rabbia, le chiavi di Giulia.
Sarebbero stati cazzi per molti.
L’avrebbe frustata. 

Non l’avrebbe risparmiata.
L’avrebbe fatta urlare.
E quella notte qualcuno, 
invece, 

non avrebbe avuto il tempo di fiatare.

Spegnendosi.
All’improvviso.
Lu.

..|..

| L’INGANNO DELLE MASCHERE |
Stralcio,
Episodio SANTA MARIA DEL POPOLO 
E LA POTENZA DELLA “CONVERSIONE DI SAN PAOLO”.
AD MAGGIO 2019
pics &TXT ©Lr
In Italia, la riproduzione di un’opera letteraria è vietata senza il consenso dell’autore: | L’inganno delle maschere | Opera letteraria con riproduzione vietata ai sensi della Legge sul Diritto d’Autore (Legge n. 633/1941) delle leggi, norme e giurisprudenza accessorie e vigenti. E’ concessa solo la condivisione del post con la citazione della fonte. Copyright digitale Direttiva UE 2019/790, | L’inganno delle maschere | e Legge 22 Aprile 1941/633.


Life made me meet people. 


And I don’t know why. 


Life made sure that I would NEVER meet them again. 


So, I haven’t seen my wife for 26 years,
my daughter Tartarughina for the same, 


except for a couple of accidents.


AM.G I haven’t seen her for 23 years. 


F-W-Z. for 22 years. 


N.T. for eight years. 


I’ve lived for longer than I still have, than I have left. 


I never want to meet someone again. 


Lu.

I’m really silent it means that I’m really dangerous
because it’s the last act.

The final one, without escape. 

Decisive. 

Like GW bite.
Better that I speak and write.
I’m tired of living and I have nothing to lose.

Regulated.

ed infine,
piccolo piccolo…

Già.

Il silenzio è pensiero
ed
il pensiero è silenzio.


i’M
🖤